martedì, maggio 30, 2006

tingendosi d'azzurro, color di lontananza.

Festa per la partenza di  Nir Un tema che ultimamente mi pesa particolarmente è lo scorrere del tempo.
Si, lo so...
Però oltre che la semplice manuntenzione degli affetti (arte assai impegnativa), si tratta di non perdere il legame con chi si è lasciato alle spalle (intendo nel senso di "lontananza"). Un legame destinato a perdersi comunque, per mancanza di vita comune, di confronto quotidiano. Ci si ritrova a voler bene a persone in realtà non esistenti, ad archetipi, a spettri inventati e intrattenuti dalla nostra mente.
Il presente conta, come contano le persone che ci stanno vicine ora. Sono loro che ci vedono prendere decisioni, cambiare umore, lanciarci in nuove esperienze ed è a loro che si raccontano queste esperienze una volta giunti alla sera.

Vivere lontani dal posto che ci ha visti crescere comporta anche questa presa di coscienza: gli amici, gli amici di sempre, non ci sono più. Non ci saranno più.
Non è detto che tutto sia perduto: a volte si mantengono comunque stretti legami, intrattenuti in buona parte grazie a Sorella Intenet, a volte spendendo cifre abnormi al telefono. Anche se la vicinanza con l'altro si trasmette mediante il soffio, continua a mancarmi l'esperienza quotidiana, e le piccole sofferenze come i piccoli successi vengono regolarmente tagliati nei "riassunti" che si fanno per mail o una volta all'anno, quando si torna a casa per Natale.

Nir
Vivere lontani porta anche nuova conoscenza (ringraziando il Cielo!) e nuove vicinanze. Amicizie che, a loro volta sono destinate ad affievolirsi se non intrattenute o se si interpongono chilometri.
Ma questa è un'altra storia...

giovedì, maggio 18, 2006

venerdì, maggio 12, 2006

class Philosopher extends Man

Trovandomi nuovamente a fare didattica universitaria, mi son reso conto (ma già lo si sapeva) che i post-adolescenti vivono in un limbo, separati della realtà che li circonda.
Per questo trovo sempre il modo, nelle mie lezioni di programmazione ad oggetti, di lanciare qualche riferimento alla storia della scienza e alla filosofia.

Rispolverando Java, ci si rende conto senza neanche troppo sforzo, che la programmazione ad oggetti porta dentro di sé 2300 anni di storia della filosofia.
Ritroviamo l'ontologia platonica nell'astrazione ci si effettua in programmazione, dove si possono usare descrizioni generali e incomplete (astratte, appunto) per meglio definire elementi derivati e per fornire un'interfaccia generica che permette di usarli senza preoccuparsi dei dettagli d'implementazione.
I predicati, la teoria della divisione aristotelica e le gerarchie che ne conseguono si ritrovano nei rapporti di ereditarietà che legano le classi tra di loro. Quando si consiglia di programmare, iniziando dalla classe più generale, non si fa altro che definire un concetto, iscrivendolo in un insieme più esteso e suddividere quest’ultimo attraverso una serie di note caratteristiche, fino ad ottenere un insieme che abbia la stessa estensione dell'oggetto da definire.

Divertente come il peso della nostra storia filosofica entra nei minimi dettagli della nostra vita, nella pratica quotidiana.
Diventente quindi anche immaginare come sarebbe il nostro mondo, la nostra scienza, se la storia avesse portato altri filosofi, Eraclito o Lao-tse, ad influenzare così fortemente il pensiero occidentale. Ad esempio: come sarebbe un programma informatico oggi? Come un'indistricabile rete di agenti che, scambiandosi messaggi o influenze, fanno funzionare un Tutto?

martedì, maggio 02, 2006

L'offerta di sangue all'amore, del disegno che si intravede nel post precedente, non è senza legame con quanto è successo in questi ultimi giorni di ritorno all'ombra del Vesuvio. Forse sarà il golfo di Pozzuoli, che deve sempre essere testimone di questi avvenimenti (almeno per quanto mi riguarda), che paga il pegno del contrasto così stridente tra la sua sovrannaturale bellezza e la disperazione di cui è testimone... Ulisse ed Enea vi diedero l'ultimo addio ai compagni Baios e Miseno.

La grande conca di cui Bagnoli costituisce il lembo più orientale, immediatamente sotto la collina di Posillipo, riesce ancora oggi, pur degradata com'è, a trasmettere quasi un senso di sgomento per la sua cristallina bellezza. Di più l'uomo non poteva fare per oltraggiare, umiliare, prostituire un "dono del Signore". Quanto oggi l'occhio è in grado di abbracciare tra Nisida e Capo Miseno è forse la prova definitiva che attesta simultaneamente l'esistenza di Dio e di Satana.
Ermanno Rea - Mistero Napoletano (Einaudi, 1995)

martedì, aprile 25, 2006

venerdì, aprile 07, 2006

No Pasaran!

Per la domenica della palme, regala e fatti regalare un Ulivo!

lunedì, aprile 03, 2006

Consolato d'Italia di Barcellona (3ª parte)

Logo dell'ItaliaOvviamente ci sono tornato, visto che il plico elettorale non mi è ancora arrivato.

Non mi lamento, anche perché stavolta mi è andata di lusso. Ricco delle mie precedenti esperienze, ho fatto una fila di una mezz'oretta (che può ancora essere migliorata), incluso un appiccico senza senso per l'ordine d'ingresso al quale non ho voluto partecipare (troppo). Dentro sono stati gentilissimi e mi hanno spiegato che -
ovviamente- non sono sulla lista dei votanti perché mi sono iscritto all'AIRE dopo il 31 dicembre.

Cenere sul mio capo.
Ho compilato una richiesta: "
Il sottoscritto Alexandre Albore, nato a ecc...ecc... chiede di essere iscritto nella lista aggiunta del consolato ecc..ecc... in vista delle prossime elezioni politiche del 9 aprile 2006". Il risultato è che se il mio comune (Trento) decide che si può fare una deroga e trasferirmi il diritto di voto a Barcellona (i trentini non lo faranno mai!!), allora mi chiamano in ufficio o sul cellulare ed io corro a prendere la scheda elettorale e la imbuco nel primo ufficio postale a disposizione, altrimenti mi chiamano lo stesso e mi prendono in giro cantando cori di sfottò.
Non male eh?!?

domenica, marzo 26, 2006

Ghostbusters!

A Parigi ho incontrato i miei fantasmi. Perlomeno buona parte di essi.
Sono stato benissimo... va detto prima di ogni altra osservazione. Sono stato benissimo seppur incontrando buona parte dei fantasmi che infestano la mia vita da tre anni a questa parte.

Sembrava uno di quei sogni ricorrenti, dove ci si ritrova ad evolvere in ambientazioni note. Però non ero il protagonista del sogno, ero un altro personaggio che interagiva con gli stessi ambienti, ma vecchi di tre anni e forse più.
Non è la trama di un fumetto di Dylan Dog; ero solo io che sognavo me stesso e quando ho guardato nello specchio, ho visto... me stesso.

A Parigi ho incontrato l'Alex di qualche anno fa, mi sono ritrovato immerso nel suo mondo. Stupido a dirsi: arrivando credevo di poter ancora vivere in quel mondo.
Invece no. Troppa acqua è passata sotto al Pont Neuf e tutti gli attori di questo fumetto vivono altre vite. Era solo il riflesso di una scenografia usata quella che ho incontrato nella Parigi di oggi e scoprirmici a mio agio, malgrado gli spettri che la abitano, è stato forse il modo più piacevole di svegliarmi da questo sogno.


Manif contre le CPE
Manifestazione anti-CPE del 18 marzo, gare d'Austerlitz

mercoledì, marzo 08, 2006

Bloggando dall'Esilio

Questo post è originalmente apparso in spagnolo, scritto da Sebastian Delmont, un venezuelano che vive e blogga a New York City. È stato pubblicato nel primo (e unico) numero di Weblog Magazine, però si può ancora leggere sul secondo blog di Sebastian, Zona Geek. Si tratta di un delirio da blogger, che però rende ben chiara cosa è l'empatia da emigranza.

Per un qualche motivo, che io non pretendo conoscere, vi è un numero disproporzionato di blogger famosi che sono persone che abbandonarono i propri paesi di origine alla ricerca di orizzonti nuovi.
Venezuelani a New York, Americani a Madrid, Ecuadoriani in Messico, Argentini (NdT: e franco-napoletani) a Barcellona, Spagnoli a Montevideo, solo per menzionarne alcuni. E sebbene abbia detto già che non pretendo conoscerne le ragioni, sicuramente questo non costituisce un ostacolo —da buon blogger— all'esporre qualche teoria folle, giusto per passare il tempo.

Come in ogni correlazione, vi sono tre possibili scenari: l'esilio è colpa del blog, il blog è figlio dell'esilio, sia il blog che l'esilio sono stati causati da qualche altro fattore. (I più preparati in statistica mi rimproveranno di aver saltato la possibilità che non vi sia nessuna relazione tra blog ed esilio. Tali persone non sono capaci di percepire l'ironia insita in questo articolo e la sua mancanza assoluta di metodologia scientifica, malgrado il tono pseudo-formaloide, cosicché non le daremo retta.)

Per molti, il blog è diventata la porta aperta sul resto del mondo. Scrivendo un blog stai invitando altre persone a conoscere la tua vita ed è invevitabile che questo avvenga nei due sensi. Così ti ritrovi a leggere i blog degli altri e a scoprire altre vite in altri luoghi. Quando scrivi lamentandoti del trasporto pubblico nella tua citta, qualcuno inevitabilmente lascia un commento che si può riassumere in “la vita è migliore nella mia città”. Alla fine diventa per te impossibile ignorare una tale pressione e inizi a sentirti curioso del mondo oltre la tua strada e, senza nemmeno accorgertene, ti ritrovi qualche mese dopo a trasferirti Oltreoceano.

D'altra parte, certuni erano già curiosi prima di iniziare il proprio blog. Molti si sono trasferiti prima e hanno iniziato a scrivere poi. Ed è nella solitudine della città nuova e straniera che il blog si converte nel legame virtuale coi vecchi amici, con la famiglia, con quanto ci è familiare. Anche quelli che amano la loro nuova vita trovano nel blog lo strumento perfetto per mantenere viva la relazione con quanti sono rimasti a casa. Non è più necessario passare ore al telefono con la mamma a raccontare com'è la nuova casa, per poi ripetere le stesse cose allo zio e poi più tardi all'amico di sempre. Semplicemente lo posti sul blog e poi ti godi il tempo avanzato bevendo una birra al bar dell'angolo.

Ma forse non c'è nessun collegamento causale. Forse bloggare e l'esilio sono entrambi il risultato di qualche altro fattore. Forse noi blogghiamo come forma di conoscenza e viaggiamo per lo stesso motivo. Forse la stessa attitudine mentale che ci ha portati a scrivere del tempo o di quello che mangiamo a colazione è responsabile di aver stimulato in noi il desiderio di vivere in un altro paese.

Però, dopo tanto analizzare, sono arrivato a una teoria che forse non tutti condivideranno, ma se questi lasciano da parte l'orgoglio e guardano dentro di sé, si renderanno conto che è questa la vera ragione. Credo che tutti i blogger esiliati partirono un giorno in cerca di un nuovo destino solo per avere di che bloggare, e anche perché non c'è modo migliore di ottenere nuovi link che farsi nuovi amici in una nuova città. Mi arrischio a dichiarare che questi blogger sono emigrati in cerca di nuovi post e di un miglior pagerank.

venerdì, marzo 03, 2006

Consolato d'Italia di Barcellona (2ª parte)

Logo dell'Italia

Alla fine ce l'abbiamo fatta! Siamo riusciti a iscriverci all'A.I.R.E.

Il plurale maiestatis è per la grande soddisfazione nel riuscire nell'impresa. Non a caso mi sento un po' come la prima volta in cui terminai Double Dragon.

Iniziamo dall'inizio.
Mi sono recato alle porte del consolato mercoledì, poco dopo le 7 del mattino. La bandiera tricolore era riapparsa al balcone del 1º piano: ottimo segno. Non ero il primo in fila, ovviamente, benché fossi arrivato 3 ore prima dell'apertura degli uffici. Armato di un nuovo (buon) libro, mi sono messo a pazientare. Passa il tempo e la gente arriva. Passa il tempo e inizio a chiaccherare con gli altri emigranti che aspettavano assieme a me in mezzo alla strada.

Sorpresa, sorpresa! L'80% dei presenti erano italiani, si, ma del Sudamerica! Argentina! Quasi tutti gli italiani di Barcellona sono argentini, nipoti di emigranti e a loro volta emigranti. Corsi e ricorsi storici: dagli Appenini alle Ande e poi, 50 anni dopo, dalle Ande ai Pirenei. Tra Marco e Sebastien in pratica.

A un certo punto (non ce la si faceva più dal freddo) spunta un impiegato del consolato che ci dà dei numeri per accedere, più tardi, all'ufficio competente. Per riscaldarci, andiamo a prendere un caffé corretto al bar di fronte e iniziamo a raccontarci le nostre storie di emigranza.

Ezechiele (detto Eze) è originario dell'Etna, nonno emigrante e lui è tornato a lavorare in Italia, a Milano. Fredda Milano e dura anche. Quando è arrivato a Barcellona è rimasto tutta l'estate senza lavorare, lui, la moglie e i due figli piccoli. Non si sono persi d'animo e si sono goduti in spiaggia sotto gli ombrelloni la vacanza forzata.

Maria viene da Santa Fé. Ha sposato un italiano e siccome il sangue italico scorre nelle vene anche del terzo figlio (a questo punto ci mostra le foto di tutti e tre), lo va a iscrivere al consolato. Il bambino ha un anno, non ha mai visto l'Argentina e non ha ancora una nazionalità. L'ideale sarebbe quella spagnola, visto che vivrà qui, probabilmente. Ma la nazionalità spagnola si ottiene per diritto di sangue, non di nascita, e quindi meglio ripiegare sull'Italia.

Mi fermo qui coi racconti, ma in 3 ore di fila ce ne siamo dette di cose...


Alle 10 meno cinque saliamo e siamo ammessi dal portiereindivisadasecurity a fare la fila allo sportello 5.
Dopo un'ora, Eze e Maria -raggiunta dal marito, ex calciatore e adesso idraulico- sono rimandati indietro perché gli mancano alcune carte. Dovranno ricominciare l'odissea un altro giorno; lunedì visto che gli uffici dell'A.I.R.E. sono aperti solo 3 giorni alla settimana, in periodo elettorale. Logico.

Fortuna vuole che la mia iscrizione si faccia senza inghippi. Da Trento ora deve solo arrivare il nullaosta e poi sarà fatta. Se entro il 22 marzo non ho notizie, allora dovrò tornare per vedere a che punto è arrivata la pratica. Il 22 marzo è la data limite per far arrivare le cartelle elettorali.

martedì, febbraio 28, 2006

giovedì, febbraio 23, 2006

La rivincita degli zozzi

Ieri sera grande rivincita dei bar squallidi della città.
Dovete sapere che Barcellona è invasa dai guiris (tipo di straniero occidentale un po' coglione e molto preso da sé e dalla sua cultura o pseudo-cultura superiore). Guiris e radical chic frequentano tipici bar fighetti o finto-fighetti, che abbondano in città sfruttando l'onda intelletualoide.

Beh, ieri sera tutti questi posti dalle luci soffuse e la musica attentamente selezionata erano deserti.
Pieni invece erano i peggio bar di Barcellona. Quei posti dove ti sporchi solo a entrare, dove l'olio di frittura condensa alle pareti e dove una sputacchiera troneggia ancora vicino al muro del fondo.
La ragione di tutto questo affollamento?
La partita di pallone, ovviamente: Chelsea-Barça 1-2

mercoledì, febbraio 22, 2006

La Via del Go

Mi era stato suggerito di scrivere il seguito del post precedente, ossia "Perché si rimane amici"; però nuovi avvenimenti mi spingono a parlare di altro. Inoltre ho anche il forte dubbio che se continuo su questo tema rischio di alienarmi parecchie "amicizie".

Il Go, dicevamo, è tornato a irrompere nella mia vita sotto forma del XXIV torneo di Barcellona.

Mi sono ritrovato di nuovo tra forti giocatori, a giocare partite su partite, concentrato, allegro, curioso di tutto. Per descrivere un grande torneo, oltre che a parlare dei giocatori, si dovrebbe parlare di sensazioni, del proprio modo di essere se stesso.
Infatti, la via del go, il kido, riguarda la profonda conoscenza delle persone, inclusi se stessi.
Giocare a go vuol dire superarsi, analizzare e correggere poco a poco i propri difetti, guardare in profondità nell'avversario. Giocare a go vuol dire imparare, sopratutto, imparare da tutti (e quindi anche con una buona dose di umiltà).

Tutto questo, ahimé, non l'ho ritrovato ieri sera al club. E' stato come un brusco risveglio, ritrovarmi in mezzo a quei guitti, giocatori permalosi e pieni di sé.
Sentivo un secondo dan -tra i più simpatici per altro- spiegarmi che "al suo livello non conta in un torneo quanto si vince ma contro chi si vince", dirmi che ai tornei piccoli, di quelli organizzati in un sottoscala, serve a poco andarci perché si rischia di perdere punti in classifica oppure si gioca contro avversari deboli, vincendo senza sforzo.
Dove sono finite le partite con Antonino, sempre in lotta per superarci, ma sfottendoci ad ogni mossa??
Parlate con Franceschino che nei tornei nei sottoscala ci vive, pur essendo campione italiano! Franceschino è uno che si ricorda ancora una partita persa contro un 4k, quasi mossa per mossa, a un campionato italiano femminile di tanti anni fa. Un esempio tra i tanti che potrebbero venirmi in mente.

Che si impara da questa lezione? Che il Tao è grande, che l'alternanza è il motore dell'Universo... anche che a volte ci vuole una santissima pazienza!



Il Tao fa vivere,
la virtù alleva, fa crescere,
sviluppa, completa, matura,
nutre, ripara.
Lao Tse, LI

venerdì, febbraio 17, 2006

Rimaniamo amici!

Che vuoi scrivere in un giorno di dopo-sbornia?
Ascoltando Radiodue, una presentatrice ha detto: "Però scegliere di restare amici è un'altra cosa".

Una frase, un mondo!

Di chi si rimane amici? Di una ex, di una persona tradita, di qualcuno con cui non si è andato a fondo, con qualcuno con cui si è andato oltre. Si rimane amici dopo una separazione o prima di una separazione: "Però non ti voglio perdere come amico", non suona nuova, vero? ;-) Quasi una barzelletta!

"Potremmo essere amici...", suona già meglio.
Passare sopra il passato è un'altra idea soggiacente a questa frase. Passato che non sempre si vuole lasciare alle spalle.

Unforgettable Fire
Il passato fa male, il passato pesa: ma chi ha mai detto che essere leggeri è sempre un bene? Il masochista che è in noi a volte, ci costringe a non passare sopra le cose, a non rimanere amici e quindi a trovare altre vie e non accontentarsi di una pezza mal posta. Non tornare indietro è anche andare avanti, logico no?!

Comunque vorrei specificare che non ho litigato con nessuno in questi giorni. Meglio specificare in questi casi!

giovedì, febbraio 09, 2006

Consolato Italiano di Barcellona

Logo dell'Italia

La prima cosa che si nota, arrivando, è che... non si nota.
Mentre il dirimpettaio consolato Svedese inalbera un'allegra bandiera gialla e blu sul balcone più alto di un palazzo neoclassico, il consolato d'Italia (o almeno il palazzo del quale un appartamento a piano sopraelevato ospita il consolato) è totalmente avvolto da impalcature che lo nascondono alla vista. Il tricolore? Quella bandiera di cui andiamo fieri e che ci scalda il cuore? Manco a pagarlo! o si, ne ho visto uno piccino (di quelli che si mettono sugli stuzzichini nei bar fichi) dietro al portiere.

Poi la fila in strada. La fila è un'istituzione mondiale che noi italiani sappiamo impreziosire con figure stilistiche come, nel disordine: la finta rincoglionita che fa per passare davanti, la finta freddolosa che vuole entrare, quella che c'ha la figlia davanti, quello che cerca un amico, quello che c'ha contatti molto in alto ma che poi viene riaccompagnato fuori dalla portiera (la quale bestemmia in catalano), ...

Da prima dell'apertura del consolato, una fila sinuosa si estende sotto ai tralicci. Un immigrante terzomondista si è fermato a chiedere cosa facevamo lì, convinto che ci fosse una qualche distribuzione premi nel vedere tanti visi pallidi ad aspettare al freddo.
- "Consolato Italia", gli è stato risposto.
- "Aaahhhh..", ha fatto lui andandosene, compatendoci.

Le file non finiscono mai. La portiera fa entrare a scaglioni e si riprende ad aspettare fuori dalla porta del pianerottolo. Nel frattempo c'è chi protesta, che "lo so io come bisognerebbe fare!", chi si lamenta (a ragione), chi propone sistemi con doppia fila incrociata a seconda della pratica da sbrigare.

Una volta dentro -come in un videogioco- vi è un altro ostacolo da superare, un livello ancora superiore: il portiere in divisa da security. Il portiereindivisadasecurity non parla manco molto bene italiano, è sudamericano (cosa abbastanza comune a Barcellona) e ha il potere di vita e di morte su chi entra. Se ammessi, si ha diritto di fare la fila allo sportello e poi non so quale altra sala d'aspetto o inbrogli burocratici.

Siamo in tempi di campagna elettorale e le iscrizioni alle liste sono sotto stretta vigilanza. "Tutti questi ostacoli" - potrebbe pensare una mente italiana abituata ai brogli e alle magagne - "sono posti lì per impedirti di votare, per negarti i tuoi diritti, la tua cittadinanza". La legge per il voto all'estero non è una buffonata, è solo molto ben regolamentata.

Però di tutto questo non posso parlare perché non sono stato capace di superare il secondo livello,
pardon!,il portiere, benché ci abbia provato in due occasioni. All'A.I.R.E. ne iscrivono solo 10 al giorno... e le elezioni si avvicinano. Tornerò domani un'ora prima dell'apertura, con caffé, cornetto, libro e coperta di pled, per il terzo round.

martedì, febbraio 07, 2006

...e so' cazzi!
Quando c'è una crisi da affrontare, quando il mondo sembra sfuggirti da sotto ai piedi (solo per cascarti addosso poco dopo), mi sale una gran rabbia. Rabbia per essere stato così coglione, per essermi lasciato sorprendere dagli eventi, rabbia per essere stato cieco.

Anche questa volta, in cui il mio fragile mondo costruito su un'immagine sicura e decisa si è trovato faccia a faccia con la realtà, la prima reazione è stata la rabbia. La prima reazione dopo l'abbattimento, ovviamente; dopo la sorpresa.

Mi vengono in mente le parole del maestro: "Pazientemente, riprendiamo noi stessi e ci riportiamo sulla retta via". Pazientemente ci diciamo che siamo dei semplici coglioni e ritorniamo a essere noi stessi, solo con una ferita in più, con una visione del mondo ancora più relativizzata.

LA VIRTÙ DEL DISCERNIMENTO

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce sé stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince sé stesso è forte.
Chi sa contentarsi è ricco,
chi strenuamente opera attua i suoi intenti.
A lungo dura chi non si diparte dal suo stato,
ha vita perenne quello che muore ma non perisce.

Tao Te Ching XXXIII

domenica, gennaio 29, 2006

Volvemos a Ustedes mañana

L'unica parola di spagnolo che nessuno straniero può evitare di imparare è mañana - domani (letteralmente "al mattino"). Ogniqualvolta è appena concepibilmente possibile, le cose da fare oggi vengono rimandate a mañana.

Così scriveva George Orwell, lamentando la cronica mancanza di puntualità degli spagnoli. Per un inglese, il fatto doveva apparire allucinante... Adesso i tempi sono cambiati e mi hanno assicurato che questo era vero per la "vecchia Spagna". E ci ho creduto, vedendo all'opera l'efficiente e laboriosa Catalogna. Un unico dubbio l'ho avuto a Pedreguer, quando un'amica lamentava la mancanza di affidabilità del fratello, che rimandava sempre tutto a mañana. Ci credevo, fino a quando non ho dovuto farmi attaccare il gas nell'appartamento nuovo.

Sono passati tutti! Dal lampista (la Madonna ci metta mano che sennò combino io qualcosa di cui potrei pentirmi), al tipo della caldaia (ancora non si è fatto vedere). Abbiamo visto almeno due addetti della compagnia del gas, abbiamo preso appuntamento per una settimana intera, ogni santa mattina.
"Mañana, torniamo mañana...", ci dicevano.
Beh, adesso il calvario sembra essersi concluso. Abbiamo acqua calda, gas e tutto. Forse il riscaldamento era di troppo, visto che i compagni di casa hanno trovato il modo di tenersi caldo senza bisogno dei termosifoni!

venerdì, gennaio 20, 2006

El traslado


Domani festeggio una settimana nella nuova casa.
Questo spiega tante cose, tra cui l'assenteismo reiterato e la testa tra le nuvole. Infatti solo da questo pomeriggio si inizia a vedere la fine delle scatole di Ikea che abitavano con noi da alcuni giorni. Si vede luce alle pareti e un frigorifero in cucina. Di conseguenza oggi primo pranzo cucinato in casa, rigidamente freddo data la mancanza dell'allacciamento del gas.
Superate quindi le tensioni pre-trasferimento e appianate tutte le divergenze. A tal proposito devo dire che sono molto fiero dei miei coinquilini che hanno saputo dialogare senza impuntarsi su nulla. Passata la mia paranoia (un grazie a chi mi è stato vicino), il mondo è tornato a sorridere e a riempiersi d'impegni. Le soddisfazioni non tardano ad arrivare: tra una casa spaziale in pieno Eixample e un articolo accettato a ICAPS, non ho proprio di che lamentarmi!

giovedì, gennaio 19, 2006

Chi siamo? Da dove veniamo? Si, ma perché?

Interrogarsi su come siamo fatti e su come ci vedono gli altri è pratica comune e lascia spesso il tempo che trova. Salvo che negli ultimi giorni (ahimé quanto intensi!) mi sono trovato davanti le mie verità... viste da altri.
Ammetto che non è un bello spettacolo.

Mi sono trovato ad affrontare il mio essere democristiano (come dice Anto), che è, vista da altri, un essere accondiscendente. Difficile affrontare di petto le situazioni quando temi di ferire gli altri; col risultato che te loro non si fanno problemi e devi anche dire grazie. Bisogna imparare a dire di no, come dice Pg in una sua grande metafora vegetale:

> ...ero troppo ottimista, come al solito.
> Una ragazza mi ha detto che sono
> troppo accondiscendente: derivera' dallo stesso lato del carattere?

No, secondo me no.
L'accondiscendenza deriva dal "voler far piacere" (o "non voler causare dispiacere"). Conosco il problema, soprattutto quando si tratta di dire di no e' dura - ma tocca imparare.
L'ottimismo e' altra (e positiva) cosa.
Ovviamente se non portata al paradosso: se dici che il cetriolo che hai nel sedere tutto sommato non e' male perche' la verdura fa bene, poi la gente se ne approfitta...

mercoledì, gennaio 11, 2006

2

Di ritorno a Barcelona, dopo tante feste e 3kg sulla pancia.
Per smaltire un primo giorno di lavoro alquanto intenso, stamattina mi offro un divertissement con la traduzione della prima pagina del libro iniziato in metro stamattina e che mi sembra molto grazioso.

Erano 7 minuti dopo la mezzanotte. Il cane giaceva sull'erba, al centro del prato di fronte alla casa della Sig.a Tosati. Teneva gli occhi chiusi e sembrava che stesse correndo sul fianco, nel modo che hanno i cani di correre quando sognano di inseguire un gatto. Il cane, però, non stava né correndo né dormendo. Il cane era morto. C'era un forcone che fuoriusciva dal cane. Le punte del forcone dovevano essere ben conficcate nel terreno perché esso se ne stava ritto, senza cascare. Ho stabilito quindi che il cane era stato probabilmente ucciso con la forca poiché non vedevo altre ferite e non penso nessuno vada a conficcare forche nei cani dopo che siano morti per una qualche altra ragione, come un cancro ad esempio oppure un incidente stradale. Però non ne sono molto sicuro.
Oltrepassai il cancello della Sig.a Tosati, richiudendolo dietro di me. Attraversai il prato e mi inginocchiai vicino al cane. Posai le mie mani sul suo muso. Era ancora caldo.
Il cane si chiamava Wellington. Apparteneva alla Sig.a Tosati la quale era nostra amica e viveva dall'altro lato della strada, due case sulla destra.
Wellington era un barboncino. Però non uno di quei barboncini con strane acconciature, ma un grosso cane barbone. Aveva il pelo riccioluto e nero, ma se gli andavate vicino, potevate notare che la pelle sotto il pelo era di un giallo molto pallido, come un pollo.
Accarezzai Wellington e mi domandai chi potesse averlo ucciso, e perché.
Mark Haddon, The curious incident of the dog at night-time