mercoledì, giugno 04, 2008

Riassunto della situazione

Minchia! è da marzo che non scrivo?!
Embe', ne sono passate di cose...
Ora sono fidanzato -o quasi- e fra una settimana mi sfidanzo -o quasi. Mi sono incazzato e mi sono calmato. Ho visto montagne di munnezza per le strade di Napoli e poi le ho viste scomparire (alle 6 di mattina del giorno dopo). Ho lo stato dell'arte del contingent planning. Che più...? Mi sono fatto il culo a tarallo, ma ce l'ho fatta; ora sono confuso, come al solito. La Peppa si sposa!!!!
Miiiii non avrei dovuto restare assente tutto questo tempo: vi siete persi i passaggi.
La primavera avanza e così gli ormoni. È periodo d'ingrippo e ogni volta è sempre più pericoloso (meno male che una certa autodifesa rimane in piedi - solo ora riesco a vederla chiaramente).
Il mondo è dinamico (essì) e i casini non vengono mai soli. Dovrei scrivere un lungo discorso sull'amicizia e come intrattenerla affinché i rapporti non vadano a puttane... ma vabbe', chi se ne fotte e non voglio essere troppo pesante e poi ho appena avuto uno shock: L., il mio mito di gioventù si è fatta una vacca! (ok, il commento è -forse- un po' sessista, però una delusione è pur sempre una delusione)

Ho in progetto una serie di post sui personaggi che affollano la metro di Barcellona. Pare una cazzata, ma ce ne sono davvero di personaggi allucinanti. Ed ho le foto e tutto... Ok, lo riservo per i prossimi giorni. Ora vado via un'altra volta, fantasticando sulla vita di cazzo che porto avanti (ma continua ad incoraggiarmi, che tanto mi piace!).
Baci

domenica, marzo 30, 2008

Elezioni Politiche 2008

Liste elettorali nel pacco

Da bravo italiano all'estero, ieri ho imbucato le mie schede elettorali. Lo so che sono l'ultima speranza dei miei compatrioti. Però, prima di ciò, ho dovuto votare.
Già da qualche giorno a questa parte mi arrivavano a casa lettere dei candidati, con i simboli e i programmi. Da brivido!

A parte gli sfotto' degli amici spagnoli: "Il Popolo della Libertà - Berlusconi presidente" jajajajaja è un partito politico? jajajaja e proprio Berlusconi parla di libertà?! Con la maiuscola?! jajajaja (NdA Gli spagnoli non ridono "ah ah ah" ma ridono "jajaja", per ragioni fonetiche). Non so perché l'aspetto ridicolo non è così evidente agli italiani, forse perché c'è più da piangere che da ridere?
I candidati poi sono uno spettacolo. Ce n'è uno che accumula i poteri come
Peter Petrelli e si dichiara: "Sociologo, Giornalista, Docente, Psicologo e Consulente Economico" (NdA: con la maiuscola). Dopo questo Camurati, un tale Di Girolamo, che si dichiara amico mio, sottolinea nel suo programma che "i ristoranti italiani nel mondo non sono valorizzati" (sic) e propone di non pagare acqua, luce e gas per una casa in Italia in cui non si vive tutto l'anno, ma d'altra parte pretende di poter disporre di assistenza medica gratuita in Italia per più di tre mesi all'anno. Carinamente mi lascia il suo cellulare.


Poi, dal "pacco" elettorale sono uscite molte sorprese: buste, bustine, stampati e liste elettorali. Le liste! Mi metto scuorno di mostrarle ai coinquilini... ma è troppo tardi. Hanno quasi tutte un nome incluso: Berlusconi, Casini, Veltroni, etc.
Cose improponibili come i Savoia rifanno capolino nel mondo della politica: dove c'è da mangiare, le teste coronate sono sempre presenti! Il simbolo del partito poi ripropone un nodo, come a sottolineare che possiedono uno yach, altrimenti non sono nessuno.
Curiosamente agli amici spagnoli di cui sopra è sembrato più ragionevole votare Di Pietro. Una brava persona, certo, ma politicamente? Certo, spaventa di meno di un partito "ecologista, comunista, femminista" che lascia presupporre una banda di scalmanati o -al peggio- finti alternativi radical chic. In effetti c'era poco da scegliere e votare a sinistra questa volta mi è riuscito facile.

martedì, marzo 18, 2008

No country for old men

Blue moon

Ed eccoci ancora una volta a controllare la posta. Possibile che ci caschi sempre?!
Vabbe' vabbe'... la smetto di lamentarmi, che poi i questi fatti mi ci metto da solo, senza l'aiuto di nessuno.
Notizie sparse: il lavoro fa bene, andrò in Australia fare i buchi in terra. Mi sta salendo l'ansia. Mi preoccupo quando magari tutto va bene -- o quasi. Lorazepam?

Appena visto l'ultimo dei fratelli Coen. Forte. In tutti i sensi.
Sto qui a chiedermi, in questa notte di luna piena, come siamo arrivati in questa situazione surreale. Lei sta abbracciando un cuscino mentre sorveglia il fratello. Guardandoli mi sembrano parte della mia vita quotidiana... o sono io parte della loro? In ogni modo è una sensazione strana, stranissima.
Ora tisana, della nonna, la loro.

venerdì, marzo 14, 2008

Zp ganador (seconda parte)

Le elezioni spagnole le ho vissute in forma dissociata. Ero in viaggio, tornando dalla Francia che aveva anche lei scelto di votare a sinistra quella domenica. Durante il viaggio ho conosciuto dei personaggi curiosissimi.
Un ex pilota di moto gp, classe 250cc. Abbiamo parlato di intelligenza artificiale, applicazioni informatiche e forse ne nasce un progetto assieme. Così, da una discussione di 15mn. Si trovano affinità in qualsiasi luogo o momento.
Poco più tardi, atterrando a Barcellona, mi sono messo a giocare a backgammon con un pallavolista brasiliano. Lo so che sembriamo i personaggi di un film: l'ex pilota di moto da corsa, un ex pallavolista sposatosi 4 volte separatosi 4 volte, lo scienziato... Manca la pornostar in crisi d'identità e il prete spretato!
Il giorno dopo, in ospedale (si, ultimamente sto frequentando parecchio l'Hospital Clinic) ho avuto una discussione politica con un Izquierdista gramsciano. Si. Per i non spagnoleggianti, Ezquerra Republicana è un partito nazionalista catalano, repubblicano, comunista. Se piazzate tutto questo tra le battute con le infermiere, i dottori simpatici e faciloni; le elezioni politiche passano in secondo piano, anche perché sembrava impossibile che Rajoy (e la sua niña) potessero convincere.

martedì, febbraio 26, 2008

Zp ganador (prima parte)

Ieri sera si è celebrato il primo dibattito elettorale televisivo tra i due candidati a premier. L'ho visto in compagnia di S., entrambi sui divani e con l'"ambasciata portoghese" che faceva festa sul divano affianco (ma per tutt'altri motivi).
Bisogna dire che di tali dibattiti, qui, se ne sono visti pochi: questo era il primo negli ultimi 8 anni. Certe lacune giornalistiche si sono notate.
Sorprendenti sono stati i commenti degli ospiti sul plateau nel post-dibattito. Per tutti (o quasi) sembrava avesse vinto Rajoy, il candidato post-franchista del PP. I direttori dei giornali, i politici, i giornalisti, tutti condividevano l'opinione che il candidato di destra avesse avuto più argomenti di Zapatero, che fosse stato più tagliente.

A me sembrava di vivere in una dimensione parallela! Avevamo assistito allo stesso dibattito tra gli stessi due candidati? Nel dibattito che avevo visto assieme a S., l'attuale primo ministro aveva difeso -bene- il suo mandato, numeri alla mano. Era stato più chiaro sui punti essenziali e non si era perso in appelli populisti (cosa che l'altro candidato ha fatto, raccontando una storia -tra l'altro confusa- di una bambina che doveva crescere in una Spagna libera --libera da cosa poi?). Il candidato dell'opposizione si era mostrato invece più agressivo per poi cadere di fronte ai fatti sgranati uno per uno da Zapatero, fin troppo calmo. Le accuse, per lo più infondate, non sono servite alla credibilità di Rajoy, che partiva già da un ritardo nei sondaggi. Parlando di sondaggi, a fine discussione è apparso quello su un campione di telespettatori. Il sondaggio dava vincente José Luis Rodríguez Zapatero per un buon 6%. La televisione (in questo caso credo fosse il terzo canale) ha peccato nell'invitare ospiti di parte e giornalisti non obiettivi. Tutta la succosa polemica che ci aspettavamo si è dissolta in un compromesso piatto e insipido tra ospiti per niente stimolanti. Però non disperiamo: tra qualche giorno avremo il secondo confronto tra i candidati e ci sarà da divertirsi, dato che ora ognuno ha più o meno preso le misure dell'altro.

mercoledì, febbraio 20, 2008

La famiglia felice del Mulino Bianco

Mi chiedo/no come finirà.
È già finita, malgrado quello che fu vaticinato un giorno.

Mulino Bianco

Due idee diverse di felicità si sono venute a scontrare. Su questi temi è difficile scendere a compromessi. Non so neanche se è giusto insistere nel mantenere un legame, che credo fortissimo malgrado tutto, quando so benissimo che dall'altro lato la costanza nell'impegno non è, come si usa dire, il punto di forza. Ed è proprio per la consapevolezza di questo che lei si "forza in un rapporto", limitandosi le vie di fuga.

Il VERO Mulino BiancoA me sembra assurdo, ma solo perché sono sicuro di me. A dire il vero una certa forma di costrizione voglio porla anch'io, ponendo una "etichetta" (cf. A.G.) su quello che stava succedendo.
Il desiderio borghese del possesso contro il sogno (piccolo) borghese della famiglia del Mulino Bianco.

sabato, febbraio 09, 2008

Turbolenze

Due volte ho veramente temuto per la mia vita. In entrambe le situazioni, mi sono sorpreso della mia reazione. A dire il vero, c'è anche una terza volta, ma lì piuttosto non temevo per la mia vita e quindi non conta.

La prima volta mi ero aricettato per la via, non chiedete il perché: chi lo sa, già lo sa. Avevo perso conoscenza, ero caduto, svenuto. Quando ho aperto gli occhi c'era una folla di gente appresso a me che mi facevano domande idiote, del tipo qual'era il mio nome (solo anni dopo ho letto in un libro che quella è la prima domanda che si fa per capire se uno ha piena coscienza di sé, per valutare eventuali danni cerebrali o giù di lì). Comunque l'infermiera del luogo, con tanto di camice bianco, mi tasta il polso e dice: "Tu non hai polso, non lo sento". Ci mancava solo quella! Nel frattempo mi si stava appannando di nuovo la vista, tutto stava prendendo un bel colore latteo ed io penso: "Ecco, ci siamo, non ho polso e vedo la luce: sono morto. Dite a Pg che non posso finire i test..." Queste sarebbero state le mie ultime parole. Un pensiero affettuoso rivolto al mio relatore.

Nei film gli eroi generalmente dicono frasi eroiche o che colpiscono per i forti sentimenti che esprimono. L'ultimo pensiero si rivolge alla mamma, alla donna della propria vita (nel caso non sia quella appena menzionata), a un ideale. Ho avuto modo di riflettere sul quanto poco implicavano le mie ultime parole di quel giorno. Certo, era importante e stavamo scrivendo un articolo, però veramente non avevo nulla di migliore da esprimere?
Oggi, scendendo sul Golfo di Napoli, l'aereo è stato preso da un forte vento. Sballottava a destra e sinistra, i passeggeri si tenevano stretti stretti alle loro poltrone, i bimbi piangevano. Ce la siamo vista proprio brutta, tant'è che all'inizio delle turbolenze, ho spento e sistemato il computer. La situazione è peggiorata tant'è che se non ho sentito nessuno recitare preghiere, sicuramente c'era chi lo faceva. Ho iniziato a tenermi ai braccioli pure io e a cercare di respirare lentamente. Immediatamente mi è balenato un pensiero, nella certezza che da lì a poco ci saremmo schiantati in mare. "Peccato che non ho fatto check in..." (mi riferisco al CVS, ossia alla salvaguardia degli archivi sui quali stavo lavorando).

Un'altra volta ho mancato il mio momento di pura poesia! Avrei potuto pensare: "Dite a M. che la amo" (la maggiorparte delle mie ex inizia per M., quindi non creerò gelosie); oppure avrei potuto esclamare il nome di un'altra donna. Qualcosa di più sentito insomma!
Siamo scivolati su Napoli, saltando e ballando, facendo il pelo alle antenne dei palazzi. Quando l'aereo si è posato sulla pista, con mia grande soddisfazione, nessuno ha applaudito.

mercoledì, febbraio 06, 2008

Fame atavica


Ieri abbiamo avuto una riunione di tutti i borsisti del dipartimento riguardo al tema della docenza. La questione è importante perché l'80% della budget della nostra università (come della maggioranza delle università spagnole) proviene dalla didattica e dalle quote che gli studenti versano. Offrire una buona qualità alla docenza per avere molti iscritti è la forma di poter permettersi più dottorandi e più mezzi per la ricerca (nelle università dove si dá spazio alla ricerca, come nel mio caso).
Siamo stati due ore ad affrontare numerose e interminabili discussioni con il capo dipartimento e i responsabili dei corsi di laurea, su diritti e doveri dei TA (parola moderna per definire gli antichi assistenti). Non sono rappresentante degli studenti di PhD per nulla: ero in prima linea mentre le lancette dell'orologio indicavano le tre passate. Era prevista una colazione, a base di panini, tartine e stuzzichini vari, data l'ora. Ma la colazione non arrivava ed è stato necessario l'intervento di una delle segretarie del dipartimento (la capo-segretaria di fatto) per scusarsi del fatto che la ditta di catering ci avrebbe fornito il cibo con ritardo.
Conclusasi la discussione, è stato il turno di un senior researcher appena arrivato di farci un breve seminario sulle tre colonne dell'università: Ricerca, Docenza e Servizi. Mentre parlava e mostrava le diapositive che aveva preparato, abbiamo tutti assistito ad una scena felliniana. Si è aperta la porta della sala e sono entrati inservienti che hanno iniziato ad accumulare vassoi di tartine e fritture sul tavolo della cattedra. Bibite e thermos di tè e caffè.
Gli sguardi di tutti gli astanti erano fissi su quel bendiddio, mentre, noncurante, quell'altro parlava. Gli inservienti si sono eclissati silenziosamente com'erano venuti, lasciandoci ipnotizzati e con la bava alla bocca.
Il quadro era surreale, da film, e nessuno ha osato commentare. Il tipo parlava, brillantemente, ed era previsto un ulteriore confronto sui corsi di laurea. Il cibo era lì, acatastato sui tavoli e sembrava guardarci, esprimendo la sua voglia di venire divorato.
Poi sono arrivate le cavallette...

Legna da ardere

Rieccomi qui, davanti allo stesso computer dove ieri notte mi sono trovato ad affrontare -ancora una volta- l'eterna disputa tra sentimento e razionalità.
Fa strano ritrovare le stesse finestre aperte, gli stessi programmi, sapendo che si è perso un pezzo della propria vita che solo qualche ora prima era là, tra le configurazioni magnetiche del disco rigido; ora più nulla.

Affinché una storia sia importante, travolgente, affinché sia vissuta con quel sentimento di eternità che accompagna solo i grandi amori, ha bisogno di due ingredienti principali, due poli contrapposti che magicamente uniscono.

Se c'è la fiamma della passione, lì, scottante, che ti dà forza e perseveranza, allora non si teme più nulla e si vive ogni istante come un frammento di assoluta felicità.
Dall'altro lato, ci vuole organizzazione. Le stelle devono essere favorevoli insomma. Vi sono tanti dettagli più o meno grandi che favoriscono un unione duratura. La vicinanza è uno di questi. I gusti simili, la lingua, eccetera. Tutti ingredienti ben noti alla letteratura e al senso comune.

Ora, gli ingredienti si possono ammassare, come quando si accumula una catasta di legna, ma se non c'è scintilla, quel fuoco non brucerà mai.

Sono di quelli che non badano al combustibile: brucio tutto quello che trovo. Ovviamente i miei sono "fuochi di paglia" o -piuttosto- grandi passioni che, se non vengono alimentate da piccoli frammenti di ragione e reciproca volontà, non hanno nessuna possibilità di bruciare in eterno. Bisogna saper sognare e bisogna farlo in due perché questa è la via difficile.
Dall'altro lato, immagino una coppia che ha deciso di stare bene assieme: sono seduti a contemplare, nel loro perfetto nido d'amore, una catasta di legna fredda lasciata sola nel camino e che non prenderà mai fuoco.

martedì, gennaio 15, 2008

Ottantaquattro

Stanotte ho sognato che eruttava il Vesuvio. Una bella eruzione, grande, che devastava le pendici del vulcano e ne trasformava la topologia. Un Vesuvio con la caldera più vasta, che si finiva di mangiare il monte Somma.

L'eruzione del Vesuvio fa 84.

Ma più che stare a guardare alla smorfia napoletana, pensavo al significato che ciò potesse avere. Sicuramente un significato di distruzione, come questa città che si sta consumando da decenni.La Grande morte per rifiuti (foto by imaginepaolo)
Qualche settimana fa, su Repubblica, leggevo un articolo di Ghezzi in cui parlava di Napoli come di una delle città invisibili, poco a poco seppellita dai propri rifiuti, fagocitata dai suoi escrementi. Una metafora -neanche troppo sottile- del consumismo e del mondo che abbiamo costruito.
E il responsabile di tutto questo non è la camorra, non è Bassolino e ancor di meno quella povera donna della Iervolino ("Una donna mite", diceva di lei Napolitano in un comizio a Fuorigrotta nei primi anni '90). Il responsabile è, nel complesso, l'intera città e la società che l'ha generata così com'è ora. Napoli È la camorra, Napoli È il menefreghismo, Napoli È un consumismo sfrenato che genera immondizia. Parlo anche di immondizia intellettuale, di tutta quella merda che sommerge la testa della gente.
Napoli -e credo sia peggio ancora nel resto della Campania, dove quel fioco barlume del '99 ancora presente riluce più tenuemente- è alla fine come il conte Ugolino che divora i propri figli. La morte arriva per cancro, leucemia, pallottola. Tutti frutti della mafia, della camorra, o generati da essa.
Però la camorra ha potuto ciò perché certe istituzioni lo hanno permesso e perché conveniva a tanta gente onesta. La camorra, non dimentichiamolo, produce lavoro e ricchezza. Una ricchezza che tocca tutte le classi sociali, dall'alta borghesia dell'industria tessile (per esempio), agli strati più svantaggiati che racimolano qualche spicciolo lavorando per il clan. Forse è la piccola borghesia che rimane tagliata fuori da tutto il processo, ma permettetemi di nutrire dei dubbi su questa mia affermazione.
Il fatto è che la camorra è una forza reazionaria; per definizione. Va combattuta per il danno che produce e per la sua camaleontica abilità di sposare le pieghe del sistema. Va distrutta perché è una enorme e malsana nutrice che uccide i propri bambini.
Ragazzo con cane e monnezza (foto by Delfo) Forse parlo di tutto questo perché sono uno di quelli che è riuscito a partire e per cui sognare una eruzione non causa traumi più forti che scrivere un post in un blog. Vivendo fuori, all'estero, ci sembra di capire meglio i problemi che affliggono il Mezzogiorno, ma non facciamoci illusioni: nessuno ha in mano una soluzione che non sia a sua volta reazionaria e che causi più danni del male attuale. La risposta è, come sempre, 42... che poi è la metà di 84.
Rimane solo la speranza sul fondo del vaso di Pandora. La speranza che l'eruzione del Vesuvio sognata abbia un valore simile all'Arcano senza nome dei tarocchi: una fine non può far altro che regalare un nuovo inizio. Un inizio su basi migliori.

sabato, novembre 24, 2007

Dimmela con chi te la fai e ti dirò chi sei

L'amico E. sollevava una questione ieri sera: come mai ci ritroviamo tra di noi, cosa ha creato il nostro gruppo di amici e -finalmente- come mai scegliamo di stare con certe persone piuttosto che con altre. Le affinità elettive, insomma.

Certo, in ognuno c'è qualcosa di positivo e di negativo secondo il
nostro criterio di valutazione. Quando scegliamo di stare con qualcuno, di frequentarlo e di aprirci a lui, lo facciamo dopo una scelta ben precisa, per cosciente o incosciente che sia.
La scelta non si basa su criteri universalmente riconosciuti, ma generalmente riconosciuto e accettato nel nostro intorno. Per esempio, una persona spietata potrebbe essere ben vista in una società che si basa sull'assassinio e l'estorsione, ma è valutata negativamente in un gruppo essenzialmente onesto, che cercherà aspetti più tranquillizzanti, atti a fondare le basi di un rapporto di fiducia reciproca.
I criteri che usiamo sono quindi dettati dalla nostra educazione e dalla società. Fin qui nulla di nuovo.
Mi si è accesa una lampadina, invece, perché mi sono reso conto che il mio gruppo di adesso, a Barcellona, è quasi tutta gente che normalmente non si frequenterebbe. Allora perché ce la facciamo assieme e ci cerchiamo sempre? Per abitudine?
Non credo.
L'abitudine di vivere in società popolose ci ha dato due strumenti (che sembrano perfetti se usati assieme): la necessità di stare in compagnia e la facoltà di adattarci.
Cercare qualcuno con cui stare è un istinto abbastanza basico della sopravvivenza, anche nel mondo contemporaneo, dove unirsi per condividere un affitto -per esempio- è assolutamente necessario per vivere in città.
La capacità di accettare persone diverse da noi dipende invece da un complesso sistema di valutazione dell'altro, di come ci formiamo una immagine mentale.
Certo, soppesiamo gli aspetti positivi e gli aspetti negativi, con la formula generale: (aspetti_positivi > aspetti_negativi), nel nostro sistema di credenze. Questo nostro insieme di aspetti che riteniamo importanti nel carattere ci descrive alla stessa maniera: "Gli aucielli s'apparano in cielo e le chiaviche 'n'terra", dice un saggio proverbio. Ma tutto questo è influenzato da altri fattori che la nostra mera capacità di valutazione. Per esempio entra in gioco la forma che abbiamo di vivere in gruppo: E. non sopporta A., però alla fine stiamo/stanno spesso assieme; questo avviene perché il fattore esterno "A. è amico dei miei amici e quindi, per evitare scontri, lo sopporto" è più importante della naturale propensione all'evitarsi.
Si potrebbe mettere in equazione la capacità di sopportazione riguardo a una persona che in un ambiente neutro non ci attrarrebbe (e quindi sarebbe persino difficile avvicinarsi per conoscersi bene), in funzione di quanto la valutiamo rispetto ai nostri doveri verso l'"esterno" (inteso come "amici, obblighi sociali, opportunità"). Semplicemente sarebbe (aspetti_positivi + sopportazione > aspetti_negativi).
Per riprendere il proverbio di prima, è sempre valida la conservazione del carattere attraverso gli amici:
miei_aspetti_positivi = amico_aspetti_positivi + delta
ossia
mio_chiavicume = amico_chiavicume + delta
dove delta è una costante dovuta alle variazioni genetiche tra gli individui.
Si potrebbe fantasticare sulla proprietà transitiva, ma è più saggio riservasi per un post futuro...

sabato, ottobre 20, 2007

La casa del Buon Gesù

Di rientro a Barcellona, a parte la sensazione di fiato sul collo post-conferenza, ho trovato la mia casa occupata. Cioè, mi spiego meglio: ho trovata la mia casa piena di ospiti. Amici che sono arrivati a Barcellona e che scrocc... e che stanno da noi da un mese, un mese e mezzo, pare.
Oddio! Sono una persona socievole e i miei coinquilini sono molto ospitali. Di fatto, in questi giorni, siamo arrivati ad essere 8 in casa, due per stanza, regolare. È vero che trovare alloggio a Barcellona è una delle imprese più complesse che vi sia (due anni fa buttammo il sangue per ben due mesi, visitando decine di appartamenti, prima di trovare questo piso). Dico "trovare alloggio", ma sarebbe piuttosto "trovare alloggio decente" dato i buchi che ti propongono a prezzi da suite all'Hilton.
Così, visto che casa nostra è un alloggio decente, gli ospiti vi si fermano a tempo indeterminato. Conseguenza diretta è che adesso abbiamo un paio di gruppi etnici che condividono casa con noi: i Fattoni, che vegetano sul divano davanti alla tv e si nutrono solo per gli effetti della fame chimica e le Portoghesi. Sembra che i Fattoni abbiano trovato un monolocale a Badalona, ne parlano da settimane ormai, ma le Portoghesi (uso il plurale anche se una delle due è regolare) credo che abbia visitato una sola stanza nel suo mese e mezzo di soggiorno qui.
Però, a parte la generale passività di questi ospiti (C. è stata bravissima e in una settimana si è tolta dai cogl... ha trovato casa), la convivenza va a gonfie vele. È questo che mi preoccupa. Le Portoghesi vivono di notte, fumando e sgolandosi davanti agli amici immaginari che vivono nei loro computer; interazione minima a cena. I Fattoni vanno a letto presto, anche qui, interazione minima durante il caffé alla mattina, e poi, anche se ci fosse più interazione, non è che danno fastidio a causa dell'iperattività.
Difatti inizio a preoccuparmi che mi sto adattando benissimo alla situazione, la apprezzo persino. I Fattoni sono generalmente piacevoli nella (poca) conversazione che hanno ed estremamente gentili e servizievoli. Ottimi coinquilini a conti fatti.
Le Portoghesi sono divertenti e carine (specificando che è la portoghese ospite che è particolarmente carina) e c'è anche un certo feeling. Sembra però che un vecchio nostro ospite plurimensile, J., si stia avvicinando a concludere con lei. Sarebbe una onta terribile per E. e me, indipendentemente da tutto... sarebbe come quando, nel 1990, la Germania ci vinse il Mondiale in casa!

lunedì, ottobre 01, 2007

Diario americano (4ª parte)

New York

Gente, un delirio di gente. Luci, suoni, colori... ma questa è l'ottava avenue, incrocio con la 43a strada, dove tutto è luccicante e caramellato. Manhattan.
Il mio primo approccio a NY è stato però attraverso un paesaggio fantascientifico: distese immense di casette di legno, al massimo di un piano, si estendevano nella pianura mentre dominavano, qua e là falansteri rosso scuro di 20 e più piani dalla forma a croce. Un paesaggio alla matrix, ma di giorno e con una foschia che rendeva irreali le sagome che si perdevano in lontananza.
Il Bronx è l'allegoria del delabramento delle cose. Quartieri interi come abbandonati a se stessi, ma con bambini che corrono negli spiazzi, ragazzi che parlano sulle scalette, vecchi che camminano... Impossibile non essere un buon fotografo a NY. I contrasti sono stridenti, i colori persino sono forti e i cliché si sommano ai déjà vu. Déjà vu per quel film continuo che è l'America.
Ad Harlem una coppia bianca spiccava tra i passanti come chicchi di caffé su un abito da sposa (NdA: avrei potuto dire "bagarozzi", ma mi sono trattenuto :). Molti bambini giocano per strada, esattamente come al cinema, con gli stessi movimenti, i medesimi High Five.
Alla fine la sagoma di Manhattan si perde nel traffico delle autostrade, bruma e smog, torri alte, ancora una volta, da città proibita di un film di fantascienza.Il Westin Hotel, nel cuore di Broadway

domenica, settembre 30, 2007

Diario americano (3ª parte)

Boston

Una cosa degli Stati Uniti è che la gente ti parla.
Me ne ero accorto nel taxi a Providence, dove il tassista ha iniziato a raccontarci di un fatto accaduto all'aeroporto la mattina stessa; solo Emil aveva reagito, conoscendo questa maniera di fare che, in questa città, è più evidente.
Notte, sbarco dal treno e con E. vado a Cambridge, ci separiamo e -mentre aspetto alla fermata del bus- il mio vicino di panchina mi racconta delle sue difficoltà nel raggiungere il suo quartiere con l'autobus 84, il quale si ostinava a non passare. Mah, non sono di qui e magari poco mi importa... mentre sono occupato a rimenere perplesso, si avvicina una tipa che chiede se l'84 è passato. La conversazione riprende con rinnovato vigore e interesse (anche da parte mia ormai).
Un giorno giravo lungo Comm. Ave., fermandomi di tanto in tanto per connettermi col computer. Tra una chattata devastante e un controllo di mail, vado avanti fino al quartiere di Fenway Park. Sotto un albero, uno strano tipo di nome Vadim, mi chiede se riesco ad entrare in internet per vedere i risultati della partita di calcio femminile Usa-Brasile. Poi iniziamo a parlare del suo viaggio dalla Polonia a Sorrento, sulle tracce della sua famiglia emigrata mezzo secolo prima. Ovviamente tutto si terminò sul lido di Ostia, in compagnia di una giovane e bella romana. Correvvano come il vento i ruggenti anni '60.
Abbiamo continuato su questo tono e ritmo per parecchio tempo, abordando il tema maschile universale: le donne e nella fattispecie prendendo spunto dall'emblematica stroria fra BB e Roger Vadim. Sembravano le confessioni di due play boy!
;-)
Dubbi sulla bandiera
Il quartiere italiano di Boston è una città nella città, dove le radici sono forti quanto esagerate fino al grottesco. Mi è capitato di vedere un macchinone grigio esportivo fermarsi in mezzo a un vicolo, il finestrino abbassarsi e una voce apostrofare una passante vestita di nero (come nelle nostre campagne negli anni '50). La discussione, animata da grida e risa, è andata avanti sui figli e i figli di amiche che erano da poco andati al college, alternando tra americano e una sorta di dialetto abruzzeze. Nel frattempo mi meravigliavo dei colori dei negozi e dell'aria deliziosamente retrò di certi dettagli. Era come sentirsi a casa: dopo tutte quelle strade allineate e bordate di costruzioni moderne, eccomi finalmente in un quartiere... con l'anima del quartiere.
Se passate di lì, vi raccomando di andare al mercato di Haymarket e di gustare i clams di Cape Cod appena aperti sulle bancarelle. I clams (i fasolari da noi) sono di una squisitezza oltre l'immaginazione, il sapore resta in bocca per ore colmandovi di freschezza e piacere godurioso (NdA: si, ho appena scoperto l'orgasmo multiplo, vabbé?!?).

In questa città dalle diverse anime, mi sono spostato da una periferia molto provinciale e al centro mastodontico dove imperano i grattacieli. De ritornare coi piedi su terra mi sono incamminato verso il North End. Una passeggiata nel cimitero di Copps' Hill mi hanno definitivamente convitnto che, a Boston, le leggende americane che si mescolano coi luoghi, le strade e i palazzi.

martedì, settembre 25, 2007

Diario americano (2ª parte)

Il giorno dopo eravamo in una birreria, divorando con il burger gigante, meravigliandoci davanti a quella schifezza che è la rootbeer e fantasticando sulla partita di baseball sul megaschermo. Cliché alla pala!
Seduti fuori, bevendo e parlando. Spunta una famiglia di colore da delle scale, la madre con i figli (la figlia piccola, coi fiocchetti nei capelli); la madre ci chiede soldi insistentemente per comprare una bottiglia d'acqua e per dormire.
Ora, dico io, di poveri ce ne sono ovunque, quello che qui ha colpito è che per giustificare la sua "richiesta di fondi", la donna esibiva un foglio dove (di)mostrava che alloggiava in un certo luogo e -sopratutto- parlava di usare la carta di credito («Compratemi una bottiglia con la carta di credito»). Situazione ben troppo assurda per noi europei; "richiesta di fondi" che poi ha preso una piega fin troppo umana. Non era solo qualcuno che chiedeva soldi, ma li chiedeva perché era in una situazione difficile («Nessuno di voi ha figli?»). Lo spirito di branco, assolutamente non nel senso aggressivo o negativo del termine, ha fatto sì che nessuno ha reagito a qualcosa che era veramente surreale (o almeno ci sembrava tale).
Ci siamo guardati, inebetiti e anche un po' vergognosi di poter/dover reagire. Alla fine la situazione si è sbloccata positivamente, dicimm'... anche se ammetto che temevo lo spettro della polizia che viene e butta in galera tutta la famiglia. Questo paese ha qualcosa di illogico, ma anche ha i suoi bei angoli bui.
E. e M. discutendo, poco dopo, nel cielo, lo zeppelinLa serata si è conclusa con col nostro piccolo gruppo barcellonese che aspettava una fantomatica navetta. Alla fine, in cielo tra i grattacieli, è apparso uno zeppelin. Coronamento di una nottata degna di un film metropolitano.

domenica, settembre 23, 2007

Diario americano (1ª parte)

Providence

Sbarco in America. Lamerica degli emigranti, proprio quella.
Da subito, sembra di essere in un film: i grattacieli, le casette di legno del New England, tutto perfetto, tutto come da copione.
Scendiamo dal bus, giardinetti, taxi (anzi, "cab") e poi l'albergo in riva all'autostrada. Cena, ribs con salsa barbecue o bisteccone Angus.
La conferenza prende inizio all'università Brown: un campus vittoriano con tocchi neoclassici (troneggiava una statua di Marc'Antonio a cavallo tra gli edifici gotici). Tutto perfetto, persino l'associazione studentesca a tre lettere greche con balcone sullo spiazzo interno dell'università.
Un giorno mi ritrovo persino in un club dall'allure inglese, per fumatori di sigaro, dove gli ospiti venivano introdotti da soci anziani. Mi sentivo perso, tra l'altro senza cellulare per comunicare, in una galleria di quadri, che era anche ristorante (con buoni dolci e insalate curiose più per gli accostamenti che per gli ingredienti).
La sera ci ritroviamo in un bar con, alla tv, indovinate un po'... la partita di football americano, quello sport per barbari assetati di sangue.
Sorriso quasi forzato della cameriera amabilità fino all'estremo e quasi ironica. Poi i "graffi sullo specchio": un ragazzo viene arrestato dalla polizia per una strana storia di età e di coltello. Ovviamente il ragazzo è negro. Si parlava d'altro con lui fuori dal locale quando è arrivata la polizia (armata, divisa da film), chiamata -pare- dal gestore del locale. Un attimo di freddo e poi gli hanno infilato le manette e portato via. Tutto qui, facile come in un film.

martedì, settembre 18, 2007

Il giorno fu pieno di lampi

E rieccoci a Barcellona, dopo una intensa estate.
Il mio viaggio iniziatico alla scoperta dei segreti del cuore è terminato con uno scottante nulla di fatto. Inutile avvicinarsi, inutile viaggiare, inutile impegnarsi. Direbbe Anna: "Alex, ma tu questo lo sapevi già". Lo sapevo già? Forse sì.
Sapevo della tendenza all'autopunizione, del timore di vivere, delle esitazioni infinite. A conti fatti, i sensi di colpa me li tirai via di dosso sui 24 anni. Troppo presto... già, troppo presto per tutto.
Sapevo anche del non-impegno, delle scottature, dello stesso mio timore a legarsi. Lo sapevo, ma mi ha colpito come un pugno in faccia perché per la prima volta ho sentito forzare un blocco.
Sempre la stessa storia: a un certo punto c'è qualcuno che vuole riprendere il controllo della macchina che sbanda. Sarò troppo taoista se dico: "Lasciatela sbandare perché è nella sua natura"?
Credevo di cambiare qualcosa, ma al solito il narcisismo mi acceca. A mia difesa potrei dire che stavolta forse ho tentato. Almeno qualcosa.

Bene, Barcellona dicevamo. Proprio ieri sentivo E. la russa e mi chiedeva com'era la città. Ci sono i guiris lungo la Rambla, il caldo sabbioso alla Barceloneta, continuano a pulire le strade ogni notte. Barcellona sembra non essere cambiata: solo è un po' più se stessa e noi un po' più barcellonesi. Ci sono i gelati italiani a Gracia e due nuovi acquisti poiché i fisici napoletani sono ovunque densi. Avrei dovuto risponderle che Barcellona è anche piena di buone intenzioni per l'anno nuovo, visto che ci stiamo facendo degli amici che sono un po' più amici, della nostra ricerca che ci è entrata nelle vene. Alla fine ci si fa forte delle esperienze, delle tempeste superate. Si, ora verranno le stelle, le tacite stelle.

giovedì, agosto 30, 2007

Spostamenti

Stavo lasciando perdere le mie tracce.
Allora allora, nelle ultime settimane, dopo il Salento e gli amici e l'aria di casa (sole a picco, caldo e bagni a mare), mi sono trovato in Belgio, bell'e bbuono. Scuola di logica. L'aria si è fatta feschetta (nubi sparse, venticello, notti freddine) e il cibo più pesante. Ora non lamentarmi: studiare è sempre esaltante e conoscere persone nuove pure, ma giornate cariche di ore di lezione, a metà agosto, mi sono sembrate un po' un'esagerazione. Dalla mattina all'alba fino a ora di cena (che per fortuna a quelle latitudini viene presto), tra corsi appassionanti (anche per via della passione messavi dagli insegnanti) e altri noiosissimi (a che serve rinunciare alla pennica post-pranzo se mi devi leggere pedissequamente le tue slides - che tra l'altro ho fotocopiato?) l'unica consolazione era la birra di fine giornata. Dovrei dire le birre di fine giornata perché in Belgio la birra è tanta e buona!
Come al solito i gruppi degli astanti si son ben delineati in due formazioni ben distinte. Questa volta il fattore discriminante è stato avere o non avere una bottiglia di acqua sul tavolo: perché bere acqua quando c'è tanta birra, economica e buona? Bella gente che si è incontrata, che reisisteva ai numerosi eventi sociali organizzati, con tanto di guida femminista della città di Bruges ("gli uomini non servono a niente visto che le donne possono fare il loro lavoro e anche meglio", hummm molto arguto sopratutto quando si vogliono riparare i torti del Medioevo belga!) regolarmente presa per il culo ("and the monk and nuns got hanky-panky", she said) sopratutto se prendeva di mira i piaceri della vita ("bisogna essere morigerati perché quello che conta è l'esistenza che viene dopo" grat grat).
Quindi eccomi in Svizzera (pioggia continua, freddo e nebbia) ad ammirare le verdi praterie (e ci credo! con tutta quest'acqua) e a cercare di ricordarmi un poco di tedesco. Una tragedia! (il tedesco intendo)
Per il resto, cerco di tenere i pezzi assieme, anche con lo scotch se necessario!

lunedì, agosto 06, 2007

Polizia nemica

Parlavo qualche tempo fa di una strana atmosfera repressiva che aleggiava su Barcellona. Recentemente è capitato un altro episodio ancora più inquietante e degno dei racconti sui regimi dittatoriale di fama ben più triste della ricca Catalogna.

Un paio di miei amici, J. e M., se ne stavano una bella sera nelle vicinanze della spiaggia di Barceloneta. Non facevano nulla di particolare: chiacchierare con qualche ragazza, prendere un aperitivo, due passi sulla spiaggia. Va detto che J. e M. non sono ragazzini: viaggiano sulla trentina abbondante, entrambi lavorano da anni. Questo per dire che non hanno l'aspetto del vagabondo e dell'attaccabrighe. Comunque, M. inizia ad avere una discussione con una guardia di sicurezza che lo accusava di rubare dei gelati da un frigo fuori da un chiosco. Ora, si può accusare la gente di parecchie cose, ma "rubare dei gelati" normalmente non è la prima cosa che viene da dire a un trentenne, anche se in vacanza. siccome M. parla male lo spagnolo, in suo soccorso viene J. che lo parla meglio (sono entrambi stranieri, però J. lavora a Barcellona da vari mesi).
Dalla discussione viene fuori che la zona è videosorvegliata e quindi, per smontare l'accusa di furto, M. propone di vedere il video. La guardia chiama altri colleghi -che si rivelano essere poliziotti in borghese, anzi mossos d'esquadra- che cercano di spingere i due malcapitati amici dentro una stanza del palazzo vicino, con la scusa di visualizzare il suddetto video.
Al momento in cui J. prende il cellulare per chiamare un amico e comunicargli quello che sta succedendo, viene aggredito dai mossos che lo pestano per strada, mentre M. cerca aiuti tra la folla radunata attorno. Naturalmente si sono messi a 2-3 contro uno, come è d'uso tra i vigliacchi. Questo episodio si termina per l'arrivo di una pattuglia di agenti (chiamati da uno spettatore) che conducono J. alla tristemente famosa commissaria di Les Corts.
Les Corts è salita alla ribalta dei quotidiani per la denuncia di una cittadina russa, Elena, vittima di sevizie e percosse una volta fermata dalla polizia. Il video delle sevizie è finito nelle mani dei magistrati e la faccenda è ora in giudizio (ho riportato alcuni fotogrammi di quest'episodio, apparsi su un sito collegato a El Pais qui sopra).

J. ha passato una notte in carcere, picchiato e torturato. In particolare gli hanno ripetutamente storto le giunture dei polsi e del braccio per non lasciare ematomi, ha raccontato. Quando R., un altro amico, si è presentato a Les Corts per avere notizie del suo amico, gli hanno risposto che non era lì e solo dietro la minaccia di rivolgersi al consolato, hanno ammesso la sua presenza in carcere.
Ora J. è stato rilasciato e accusato di aggressione e resistenza. Lui ha intenzione di portare denuncia verso i mossos che lo hanno picchiato, ma è stato minacciato e dissuaso dal farlo. M., che ha avuto un ruolo marginale nella faccenda, sembra si stia tirando indietro. In questi giorni ci dovrebbe essere il giudizio. L'intenzione è di denunciare gli autori dell'aggressione, ma anche i loro colleghi che hanno tentato di nascondere la sua presenza nel commissariato.
Questi sono fatti gravi che avvengono in ogni nazione (es: Napoli, 17 marzo 2001, manifestazione repressa con una carica della polizia e numerosi ragazzi percossi alla caserma Raniero), ma non ce lo si aspetta nella Spagna moderna, libera (?) dal franchismo. Il senso di insicurezza non se n'è andato...

martedì, luglio 24, 2007

Letture disorganizzate

Come in tutti i periodi movimentati o nei quali il lavoro assorbe il 100% del mio tempo (no, niente sconti) la prima distrazione che ne risente è la lettura.
Di solito leggo a letto, prima di dormire (Maria la siciliana si lamentava un tempo: "Legge, legge... ma che legge??") o nel bus, andando in facoltà.
Con la fine dell'anno accademico e l'estate, queste abitudini vengono sconvolte. A letto, quando mi ci metto, è per dormire finalmente del sonno dei giusti mentre il bel tempo mi permette di prendere la bici per andare in ufficio; lo preferisco di gran lunga a un autobus gelido per l'aria condizionata a palla. Tempo per leggere quindi, zero.

Negli ultimi giorni invece, alcune situazioni curiose mi hanno spinto a notare che i libri, se buttati via dalla porta, rientrano di prepotenza dalla finestra. Leggere è un piacere, una necessità. È trasferirsi in altri mondi, vivere nella testa di altri per un breve periodo (modalità che spesso mi ha spinto verso gli ortonimi, come fu scritto in altre situazioni).
Mi sono dunque ritrovato l'altra notte a non volere rientrare a casa. Era tardi, ma avevo un libro nella borsa e l'aria era troppo mite per mettersi in un letto. Quindi è stato alla luce dei lampioni che mi sono seduto in una panchina di quella che chiamo "la rambla di Roma" per finire un libro. Ho letto allore forse uno dei capitoli più densi e ispirati della storia della letteratura (ok, molti non condivideranno, ma non importa poi molto?). Momenti di pura magia, col sorriso stampato sulle labbra e sotto l'arancio cielo della città.

Ora, per via del DEA (tesina dovuta al secondo anno di dottorato e di cui non ho scritto ancora una riga) mi ritrovo a spulciare nelle biblioteche di Barcellona (cioè, non spulcio, faccio trasferire i libri qui alla stazione di Francia e poi spulcio). Mi ritrovo quindi a leggere un curiosamente scritto libro di logica, Reasoning about Uncertainty di Joseph Alpern, allungato sulla scrivania e ascoltando gli Stones. Non so voi, ma la situazione mi pare irreale. Tornare ai vecchi amori è sempre un'esperienza accattivante, qualunque sia la colonna sonora.
A breve fughe nel parco per altre letture...